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Storie del vino

Donne al vertice del vino italiano: cosa sta cambiando

Alberto

di Alberto Amarante

6 minuti di lettura

Pubblicato il

Conferenza FAO su uguaglianza e agricoltura sostenibile con panel di esperti seduti di fronte a schermo blu

Quattro notizie nella stessa settimana. Un premio alla carriera a una vignaiola che a Montalcino ha fatto scuola, una giovane presidente a capo di uno degli enti più antichi della degustazione italiana, un convegno universitario dedicato al tema, una serie di dati sull’imprenditoria femminile in agricoltura. Messe in fila sembrano un palinsesto costruito a tavolino. Non lo è: è semplicemente quello che succede quando un fenomeno che covava da anni arriva al punto in cui non puoi più non vederlo.

Noi le abbiamo lette una dopo l’altra, e la prima reazione è stata quella un po’ pigra di chi archivia: “bello, le donne nel vino”. Poi ci siamo fermati. Perché raccontare questa roba come una pacca sulla spalla — brave, ce l’avete fatta — è il modo migliore per non capirci niente. Il punto non è che esistono donne brave nel vino: quello è sempre stato vero. Il punto è che stanno arrivando dove si decide.

I.Il premio che vale più della targa

Partiamo dal riconoscimento alla carriera arrivato a una delle figure più note di Montalcino, Donatella Cinelli Colombini. Nome che a chi segue il settore dice molto: non solo per il Brunello, ma per una scelta che negli anni Novanta sembrava quasi provocatoria — costruire una cantina con una squadra interamente femminile, dalla vigna alla bottiglia.

All’epoca era un titolo di giornale. Una curiosità. “La cantina delle donne.” Oggi, a distanza di decenni, quella scelta pesa diversamente: non più come eccezione folkloristica, ma come intuizione anticipata di un settore che ci avrebbe messo una generazione a mettersi in pari. Il premio alla carriera, in questo senso, è meno una celebrazione e più un punto fermo: dice che una strada esiste, perché qualcuno l’ha già percorsa quando non c’era.

Ed è qui che vale la pena essere onesti su una cosa. Il mondo del vino italiano ama raccontarsi come terra di tradizione, radici, continuità familiare. Tutto vero. Ma “famiglia” e “tradizione”, per decenni, hanno significato anche una cosa molto concreta: la cantina al figlio maschio, alla figlia il ruolo di contorno. Non ovunque, non sempre, ma abbastanza spesso da essere la norma, non l’eccezione.

II.Dalla vigna alla stanza dei bottoni

La differenza vera, oggi, non è nelle cantine singole. È negli enti, nei consorzi, nelle associazioni che fanno le regole del gioco.

Una giovane donna alla presidenza di uno degli organismi storici della degustazione italiana è un segnale di questo tipo. Non è “una donna brava che fa carriera”: è una donna che entra nella stanza dove si decide come si giudica il vino, chi forma i degustatori, quali criteri valgono. Chi conosce quegli ambienti sa quanto siano stati, storicamente, un affare per signori di una certa età. Che cambino i vertici — e che cambino così — non è dettaglio.

Lo stesso discorso, per quanto il tema del genere non c’entri direttamente, lo vediamo in movimento in tanti consorzi: le presidenze ruotano, le generazioni si avvicendano. Quando ci siamo occupati del nuovo presidente del Consorzio del Roero il punto era il ricambio generazionale. Qui il ricambio ha anche un’altra dimensione: chi siede a quei tavoli, finalmente, assomiglia un po’ di più a chi il vino lo produce e lo beve davvero.

Perché è questo il nodo. Nelle vigne, nelle enoteche, negli uffici marketing delle cantine, le donne ci sono da sempre e in grande numero. A mancare erano le poltrone che contano. Il riequilibrio che si intravede adesso non crea le competenze femminili — quelle c’erano — ma smette di tenerle fuori dalla porta.

III.I numeri, senza entusiasmi facili

Qui serve prudenza, perché è facile farsi prendere la mano. I dati sull’imprenditoria femminile in agricoltura raccontano una presenza robusta: una quota consistente delle aziende agricole italiane è guidata da donne, e nel vino il fenomeno è particolarmente visibile tra le realtà più giovani e nelle denominazioni emergenti.

Ma attenzione a non confondere due cose. Un conto è la titolarità di un’azienda — che può voler dire tutto o niente, visto che a volte l’intestazione è una scelta fiscale o successoria. Un altro è il controllo reale: chi decide gli investimenti, chi firma le scelte di cantina, chi rappresenta l’azienda ai tavoli che contano. I numeri sulla prima sono buoni. Sulla seconda, molto più sfumati.

Lo diciamo perché la narrazione trionfalistica — “le donne hanno conquistato il vino italiano” — è comoda e falsa quanto quella opposta. È lo stesso errore che avevamo smontato parlando del presunto disamore della Gen Z verso il vino: prendere un titolo a effetto e scambiarlo per analisi. Il quadro reale è più interessante proprio perché è in movimento, non perché è già arrivato da qualche parte.

IV.Perché un convegno universitario conta

Tra le quattro notizie della settimana, quella che a prima vista sembra la più noiosa — un convegno accademico sul tema — è forse la più significativa. Perché quando un argomento passa dal racconto giornalistico allo studio strutturato, vuol dire che è diventato oggetto di misura, non più solo di aneddoto.

Un convegno universitario produce dati, serie storiche, confronti. Trasforma le “storie di donne che ce l’hanno fatta” in un fenomeno documentabile, con le sue cause e i suoi ostacoli. È la differenza tra dire “ci sono tante vignaiole brave” e capire perché ce ne sono di più oggi di vent’anni fa, cosa le ha frenate, cosa sta cambiando nei meccanismi di successione e di accesso al credito. Roba meno poetica, molto più utile.

V.Errori comuni da evitare

Visto che di questo tema si parlerà sempre di più, ecco qualche trappola in cui è facile cadere — e in cui cade regolarmente chi ne scrive.

  • Il premio-cerimonia. Celebrare “le donne del vino” una volta l’anno, magari l’8 marzo, e per i restanti 364 giorni tornare a chiedere del vino “solo al titolare uomo”. Il tokenismo è il nemico più elegante.
  • Confondere presenza e potere. Molte lavoratrici in cantina non significa parità ai vertici. Sono due dati diversi, vanno letti separati.
  • La vignaiola “sensibile”. Lo stereotipo gentile — le donne fanno vini “più delicati”, “più intuitivi” — è una gabbia travestita da complimento. Un vino è buono o no; il sesso di chi lo fa non si sente nel bicchiere.
  • Il dato gonfiato. Attenzione alle percentuali sbandierate senza spiegare cosa misurano: titolarità, occupazione, fatturato, cariche sociali sono cose diverse.
  • Dimenticare chi è venuto prima. Chi oggi presiede un consorzio cammina su strade aperte da chi, trent’anni fa, montava la “cantina delle donne” e si prendeva le battutine.

VI.La checklist, per leggere la prossima notizia

La prossima volta che leggi un titolo su “donne e vino”, prova a passarlo da questo setaccio:

  1. Si parla di una poltrona che decide o di un riconoscimento simbolico?
  2. I numeri citati misurano titolarità, occupazione o cariche di comando?
  3. Il vino viene giudicato per com’è o per chi lo fa?
  4. È una notizia che sarebbe notizia anche se il protagonista fosse un uomo? (Se sì, ottimo segno: vuol dire che conta il merito.)
  5. Si cita chi ha aperto la strada, o si fa finta che tutto sia iniziato oggi?

VII.La nostra opinione, netta

Per noi il traguardo non è il giorno in cui una presidente donna fa notizia. È il giorno in cui non la fa più — perché è normale. Finché ne scriviamo come di un evento, l’evento non è ancora compiuto. Ma la direzione, questa settimana, l’abbiamo vista chiara: il vino italiano sta smettendo di considerare la leadership femminile una stranezza da raccontare e comincia a trattarla per quello che è, cioè competenza che occupa il posto che le spetta.

Il che, detto da un settore che ama definirsi tradizionalista, è quasi una piccola rivoluzione. Silenziosa, come le migliori.

Chi tra le cantine che seguite ha fatto scelte coraggiose su questo fronte — e vale la pena raccontarle? Scriveteci sul canale WhatsApp WineHoReCa o su Instagram @winehoreca: le storie buone, quando sono vere, ci interessano sempre.

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