Roero, Alessandro Costa nuovo presidente del Consorzio

Attraversi il Tanaro e cambia tutto. Alle spalle restano le colline compatte di Langa, con i loro nomi da manuale e i prezzi da cassaforte; davanti si aprono le Rocche, quei calanchi di sabbia gialla che sembrano usciti da un altro pianeta, con i boschi che si infilano tra i vigneti e i paesi arroccati come se avessero paura di scivolare giù. Questo è il Roero, la sponda “sbagliata” del fiume secondo chi guarda solo Barolo e Barbaresco. E proprio qui, in questi giorni, è arrivata una notizia che vale la pena leggere con attenzione: il Consorzio di Tutela ha un nuovo presidente, Alessandro Costa. Una nomina ripresa ovunque nello stesso momento, segno che il Piemonte del vino — e non solo il Roero — la considera un passaggio che conta.

Un cambio di guida che pesa più di quanto sembri

Le nomine consortili, diciamolo, di solito scaldano poco chi il vino lo beve e basta. Un presidente entra, uno esce, i comunicati si somigliano tutti. Ma il Roero è un caso diverso: è una denominazione giovane nell’anima, che negli ultimi vent’anni ha costruito da zero un’identità propria — DOCG dal 2004, le menzioni geografiche aggiuntive introdotte nel disciplinare, il riconoscimento UNESCO condiviso con Langhe e Monferrato. Un lavoro paziente, fatto per smettere di essere “la zona di là dal fiume” e diventare un nome che sta in piedi da solo.

Chi guida il Consorzio in questa fase non amministra l’esistente: decide se il Roero resta un territorio in rincorsa o completa il sorpasso su sé stesso. Sul profilo di Costa non ci addentriamo oltre il documentabile — i dettagli biografici li lasciamo alle fonti dirette del Consorzio — ma il punto vero non è il curriculum: è l’agenda. E l’agenda, per chi conosce il territorio, è chiarissima. Tre dossier, tutti aperti.

Il territorio spiegato a chi guarda sempre dall’altra parte del fiume

Prima però mettiamoci d’accordo su cosa sia il Roero, perché è il grande frainteso del Piemonte. Sponda sinistra del Tanaro, provincia di Cuneo, suoli sabbiosi di origine marina: qui milioni di anni fa c’era il mare, e la sabbia che resta oggi regala vini diversi da quelli delle marne di Langa. Più profumo, più slancio, tannini meno muscolari nel Nebbiolo. Non è un difetto: è un’altra lingua.

Due i protagonisti. Il Roero rosso, da Nebbiolo, e il Roero Arneis, il bianco che ha dato al territorio la sua fama. E qui la personificazione ce la serve la storia su un piatto d’argento: “arnèis”, in piemontese, indica il tipo birichino, il discolo che non sta alle regole. Un vitigno che di nome fa “ribelle” e che per decenni è stato trattato da comparsa — si racconta che venisse piantato tra i filari di Nebbiolo per distrarre gli uccelli dalle uve buone. Quasi scomparso a metà Novecento, salvato da una manciata di produttori testardi negli anni Settanta, oggi è il bianco piemontese più riconoscibile fuori regione. Una parabola che a noi ricorda da vicino quella di altri irregolari sabaudi che seguiamo da tempo, dal Grignolino, ribelle dichiarato del Piemonte al Nibiò nascosto tra le colline alessandrine. Il Piemonte è pieno di questi personaggi: il Roero è semplicemente quello che ce l’ha fatta per primo.

Le tre sfide sul tavolo del nuovo presidente

L’Arneis oltre l’aperitivo

Il successo dell’Arneis è anche la sua gabbia. Il mercato lo ha incasellato come bianco facile, fresco, da bere entro l’anno, prezzo gentile. Funziona, vende, ma appiattisce. Perché l’Arneis fatto bene — rese basse, vigne vecchie, qualche anno di bottiglia — sa fare un altro mestiere: guadagna profondità, note più complesse, una tenuta nel tempo che pochi gli riconoscono. Diversi produttori ci lavorano da anni con versioni riserva e affinamenti lunghi, e il disciplinare ha aperto la strada. La sfida del Consorzio è raccontare questa doppia natura senza rinnegare la prima: il bianco quotidiano paga i conti, il bianco da invecchiamento costruisce la reputazione. È lo stesso discorso che facevamo parlando dei bianchi torinesi che cercano il loro posto al sole: un bianco piemontese ambizioso deve prima convincere i piemontesi stessi che l’ambizione è legittima.

Il rosso e l’ombra lunga del fiume

Il Roero rosso è Nebbiolo, e in Piemonte dire Nebbiolo significa evocare subito i due giganti di Langa. Il rischio è duplice: essere venduto come “Barolo dei poveri” (offensivo per tutti) o restare invisibile. La via d’uscita è una sola: rivendicare la differenza. La sabbia dà un Nebbiolo più immediato nei profumi e più snello nel sorso, che non deve chiedere scusa a nessuno. Le menzioni geografiche vanno in questa direzione: legare il vino ai singoli crus, alle Rocche, ai paesi — Canale, Vezza, Monteu, Montà — e costruire valore dal basso. Il nuovo presidente eredita un lavoro già impostato; il compito è accelerarlo prima che il mercato decida da solo, e il mercato quando decide da solo di solito decide male.

Il ricambio generazionale

Terzo dossier, il più silenzioso e il più decisivo. Il Roero è ancora terra di aziende familiari, spesso piccole, con vigneti in pendenze che scoraggiano chiunque non ci sia nato. La generazione che ha fatto la rivoluzione qualitativa sta passando il testimone, e non è scontato che ci sia sempre qualcuno pronto a riceverlo: i terreni qui costano meno che in Langa, il che attira investimenti da fuori — opportunità e minaccia insieme. Tenere i giovani sul territorio, con vigne che rendano abbastanza da giustificare la fatica, è il vero mandato di questa presidenza. Tutto il resto viene dopo.

I nomi da cui partire

Se il Roero vi incuriosisce — e dovrebbe — i riferimenti storici della zona sono noti: Matteo Correggia, Malvirà, Angelo Negro, Monchiero Carbone, Cascina Ca’ Rossa, Deltetto, tra gli altri. Li citiamo come punti di partenza documentati della denominazione, non come pagelle: le bottiglie giudicatele voi, magari partendo dall’Enoteca Regionale del Roero a Canale, che resta il modo più onesto di farsi un’idea di un territorio senza filtri. Noi, per abitudine, i territori li scopriamo così: è in un’enoteca regionale, a Nizza Monferrato, che anni fa ci siamo imbattuti per caso nel Nibiò. Le enoteche di territorio sono macchine del tempo travestite da negozi.

Errori comuni da evitare

  • Trattare l’Arneis come un bianco qualsiasi da aperitivo. Lo è anche, ma fermarsi lì è come giudicare un attore dai fotoromanzi: cercate almeno una volta una versione con qualche anno sulle spalle.
  • Bere il Roero rosso aspettandosi un piccolo Barolo. Sbagliato il metro, sbagliato il giudizio. È Nebbiolo su sabbia: più profumo, meno muscolo. Va preso per quello che è.
  • Confondere Roero e Langhe in etichetta. “Langhe Nebbiolo” e “Roero” sono cose diverse, per zona e per regole. La sponda del fiume conta.
  • Pensare che sabbia significhi vino semplice. I suoli sabbiosi danno vini diversi, non vini minori. Chiedetelo a certi grandi rossi europei cresciuti sulla sabbia.
  • Ignorare le riserve. Sia in bianco che in rosso, la menzione riserva nel Roero è spesso il punto dove il territorio dà il meglio.

La checklist per esplorare il Roero

  1. Cercate in etichetta la dicitura Roero DOCG (rosso) o Roero Arneis DOCG (bianco): è la base.
  2. Mettete alla prova l’Arneis: uno giovane e uno con due o tre anni di bottiglia, fianco a fianco.
  3. Fate lo stesso col rosso: un Roero contro un Nebbiolo di Langa di pari fascia. Le differenze si spiegano da sole.
  4. Occhio alle menzioni geografiche in etichetta: raccontano il cru, non sono decorazione.
  5. Se passate da quelle parti, una sosta a Canale e una camminata alle Rocche valgono più di dieci articoli. Compreso questo.

La nostra opinione, senza giri di parole

Per noi il Roero è oggi il territorio piemontese con il miglior rapporto tra qualità reale e riconoscimento percepito: detto brutalmente, vale più di quanto il mercato lo paghi. Ed è esattamente per questo che la nomina di Alessandro Costa non è una notizia da addetti ai lavori: è il momento in cui una denominazione decide se incassare la rendita del “buon rapporto qualità-prezzo” per sempre, o alzare l’asticella e pretendere il posto che le spetta. Noi tifiamo per la seconda, sapendo che è la strada più faticosa. Seguiremo questo filone da vicino, perché la sponda sinistra del Tanaro merita più attenzione di quanta gliene abbiamo dedicata finora — mea culpa compreso.

E voi, il Roero, lo avete mai attraversato davvero o vi siete fermati al fiume? Raccontatecelo sul canale WhatsApp WineHoReCa o su Instagram @winehoreca: le vostre bottiglie di Arneis invecchiato, se ne avete, ci interessano parecchio.