Francesco Guccini e il vino: l’uomo dietro la leggenda del fiasco

«Neanche una. A cena si mangia». Dal rosé sul palco ai Lambruschi di famiglia, dalle osterie alle canzoni: Francesco Guccini e il vino, oltre la leggenda del fiasco e dentro le storie che nascevano intorno al bicchiere.

Quante canzoni erano nate a cena? La domanda sembrava preparata apposta per quella coppia che l’immaginario considerava inseparabile: Francesco Guccini e il vino. Tavolate, osterie, amici e chitarra stavano già nello stesso fermo immagine. La risposta spostò subito la sedia alla retorica: «Neanche una. A cena si mangia».

È difficile trovare un modo più gucciniano per entrare nell’argomento. Poche figure italiane sono state associate al vino con la stessa ostinazione. Bastavano una barba, una chitarra e una bottiglia sul palco perché il pubblico completasse da solo la scena, possibilmente aggiungendo un fiasco di Lambrusco. Lui, però, passò anni a rimettere i dettagli al loro posto.

Dopo la sua scomparsa, molte immagini note sono tornate in primo piano. Questa merita di essere guardata meglio, non per rovesciare il mito con un processo al bicchiere, ma perché dietro la sagoma del cantautore da osteria c’era una storia più varia. Il vino cambiava con il luogo, il cibo e il momento. La costante non era il colore: erano le persone sedute attorno.

Francesco Guccini e il vino: il fiasco che non era un fiasco

Guccini definì il vino «una delle leggende che mi trascino dietro». Non negava di averne parlato, bevuto o fatto un pezzo del proprio repertorio. Ridimensionava il personaggio che il pubblico aveva costruito usando le canzoni come se fossero un verbale e le fotografie come analisi di laboratorio.

La scena del palco racconta bene la distanza tra immagine e vita. Prima dei concerti Guccini era tesissimo, con la sensazione di essere sotto esame. Solo a metà serata, quando sentiva che il pubblico lo aveva accolto, si scioglieva e cominciava a scherzare. In mezzo c’era la famosa presenza sul tavolino.

Famosa, ma descritta male. A sentir lui non era un fiasco, bensì una normale bottiglia. E non conteneva necessariamente il Lambrusco che l’immaginario aveva già ordinato al posto suo. Guccini spiegò che il rosé lo aiutava a evitare cali di voce e ricordò di berne uno o due bicchieri, poco alla volta. Il rito del concerto non doveva togliere la lucidità necessaria per stare davanti a migliaia di persone.

Il dettaglio fa sorridere proprio per la sua disciplina. La leggenda vede una damigiana; sul tavolo c’è una bottiglia. La leggenda immagina nebbie creative; lui conta i bicchieri e pensa a non perdere una strofa. Anche il vino, sul palco, doveva conoscere la parte e non rubare la scena.

Questo non rende Guccini astemio, né serve a consegnargli una patente di moderazione postuma. Significa soltanto prendere sul serio ciò che raccontava: aveva conosciuto le ubriacature in gioventù, apprezzava il vino, ma rifiutava di essere ridotto alla caricatura del bevitore permanente. Il bicchiere faceva parte del paesaggio. Non era tutto il paesaggio.

Guccini da leggere

Tre libri per ritrovare la sua voce anche lontano dal palco.

Non so che viso avesse. La storia della mia vita

Il racconto autobiografico di Guccini, fra memoria personale, musica e storia italiana.

VEDI IL LIBRO SU AMAZONLink affiliato

Confesso che ho bevuto

Racconti sul vino e sul piacere del bere, con Guccini fra gli autori della raccolta.

VEDI IL LIBRO SU AMAZONLink affiliato

Dizionario delle cose perdute

Oggetti, abitudini e parole di un mondo scomparso, recuperati con la precisione e l’ironia di Guccini.

VEDI IL LIBRO SU AMAZONLink affiliato

Dal rosé ai Lambruschi, passando per la tavola

Fuori dal concerto cambiava la funzione e poteva cambiare anche il vino. A tavola, invece, Guccini raccontava di scegliere quasi sempre Traminer. Basta questo passaggio per capire perché la domanda “che cosa beveva davvero?” sia troppo stretta: presume una risposta unica dove c’erano occasioni diverse.

Poi c’era Modena, e lì il singolare diventava ancora più sospetto. Guccini invitava a parlare di Lambruschi al plurale. Non era una finezza da degustatore in cerca di applausi, ma memoria familiare. Il nonno materno, a Carpi, produceva Lambrusco con perizia e passione; il nipote ricordava di avere preferito da giovane il Salamino e, più avanti, quello di Castelvetro, più corposo. Tra i Lambruschi indicò nel Grasparossa di Castelvetro una scelta particolarmente gradita.

È una competenza che nasce prima in cucina che in una sala corsi. Guccini legava il vino ai piatti: il Barolo con il brasato, il Lambrusco con zampone e cotechino. Non occorre trasformarlo in sommelier per riconoscere una cosa semplice e seria: sapeva che una bottiglia non vive da sola. Ha un territorio, una stagione, un piatto capace di renderla necessaria oppure fuori posto.

Il rosé del palco, il Traminer della cena e i Lambruschi della memoria non si contraddicono. Svolgono mestieri differenti. Il primo accompagna la voce sotto le luci; il secondo arriva al tavolo; gli altri portano con sé Carpi, Castelvetro, il nonno e una cucina emiliana che non chiede traduzione. Cercare il vincitore tra queste bottiglie sarebbe come discutere se Guccini appartenesse più a Modena, Bologna o Pavana. La sua geografia teneva insieme luoghi diversi senza scioglierli in uno slogan.

L’osteria non era un fondale

Lo stesso vale per le osterie. Oggi è facile guardarle con la luce calda della nostalgia: tavoli di legno, carte consumate, bicchieri spessi e canzoni appena nate. Guccini ricordava anche una ragione meno poetica e molto concreta. Da giovani si andava in osteria perché il whisky costava di più. Con meno denaro si beveva vino, si portava una chitarra e si poteva restare insieme.

Quell’economia quotidiana spiega più di molte celebrazioni. L’osteria era un luogo accessibile in cui il tempo costava poco. Si giocava, si discuteva di politica, si provavano idee e ci si raccontava abbastanza a lungo da cambiare opinione o almeno avversario a carte. Il vino aiutava la conversazione, ma non la sostituiva.

All’Osteria dei Poeti Guccini incontrava gli amici, beveva, giocava e qualche volta portava una canzone nuova. Una sera ne scrisse una per riconquistare una ragazza. Il gesto sembrava possedere tutti gli ingredienti della leggenda: amore, musica, locale fumoso, promessa destinata all’eternità. La canzone raggiunse il suo scopo. Il resto durò meno: «Mi lasciò tre giorni dopo».

Non serve aggiungere una battuta. Guccini aveva già regolato i tempi comici, compresa la distanza esatta fra il trionfo del cantautore e la sconfitta dell’uomo.

Alla Trattoria Da Vito, a Bologna, la scena diventava corale. Dopo gli spettacoli di Giorgio Gaber, i due facevano tardi e, verso le tre di notte, si dedicavano al gioco del treno. Ogni partecipante impersonava una stazione e doveva far partire il convoglio verso la successiva. C’era parecchio vino, ricordava Guccini, ma il centro del racconto è un altro: adulti brillantissimi che a un’ora poco brillante si divertono per ore con un gioco molto sciocco.

Paolo Pagani, figlio di Vito, ricordava la trattoria come una casa per musicisti, discussioni, politica e lavoro: la trasformazione cominciò con l’arrivo di Guccini e proseguì con Lucio Dalla. Ma ridurla a una fotografia piena di nomi celebri sarebbe perdere il meglio. Un’osteria conta quando permette alle persone di incontrarsi prima che diventino personaggi, o di smettere di esserlo per una sera. Il tavolo non era la scenografia della cultura. Era uno dei posti in cui la cultura succedeva.

Quando il vino entra nelle canzoni

La leggenda del fiasco, naturalmente, non nasce dal nulla. Guccini mise vino e osterie nelle canzoni fino a farli diventare parte della propria lingua. In Un altro giorno è andato il vino può ricevere domande come un interlocutore silenzioso. Nella Canzone delle osterie di fuori porta il locale diventa memoria di un mondo e di una generazione. Nell’Avvelenata, con «mi piace far canzoni e bere vino», il bicchiere entra nell’autoritratto polemico insieme al mestiere di scrivere.

I dischi citati

Tre canzoni, tre album. Per ciascuno potete scegliere fra CD e LP.

L’isola non trovata

Contiene Un altro giorno è andato, il vino trasformato in interlocutore silenzioso.

CD SU AMAZONLink affiliato
LP SU AMAZONLink affiliato

Stanze di vita quotidiana

Ospita la Canzone delle osterie di fuori porta e la memoria di un mondo intero.

CD SU AMAZONLink affiliato
LP SU AMAZONLink affiliato

Via Paolo Fabbri 43

Contiene L’Avvelenata e quella dichiarazione sul fare canzoni e bere vino.

CD SU AMAZONLink affiliato
LP SU AMAZONLink affiliato

Ma una canzone non è una cartella clinica. Il vino scritto può parlare di amicizia, tempo, rabbia, appartenenza o perdita senza fornire la contabilità di ciò che l’autore beveva. Anzi, proprio perché nelle canzoni era così visibile, il pubblico finì per vederlo anche dove non c’era, riempiendo la bottiglia sul palco con il rosso più adatto alla fotografia mentale.

Guccini conosceva bene questo scarto e sembrava divertirsi a correggerlo senza troppo zelo. Non cercava di distruggere la leggenda: le toglieva soltanto l’aria solenne. Il fiasco diventava bottiglia, l’ispirazione a cena veniva rimandata perché c’era da mangiare, la grande canzone d’amore otteneva tre giorni di proroga. Ogni volta restava qualcosa di più umano dell’aneddoto perfetto.

Per questo, raccontare Francesco Guccini e il vino non significa scegliere il suo vero vino e metterlo in vetrina. Una sola etichetta direbbe meno di quel rosé misurato prima delle battute, del Traminer a tavola, dei Lambruschi imparati in famiglia, delle carte all’Osteria dei Poeti e del treno notturno Da Vito. Il bicchiere cambiava; attorno rimanevano voci, piatti, discussioni, amici e tempo condiviso.

E torniamo alla domanda iniziale. Quante canzoni nacquero a cena? Nessuna, spiegò Guccini, perché a cena si mangia. Forse il punto è proprio lì: per scrivere poteva servire la solitudine, ma per vivere bene occorreva un tavolo abbastanza grande. Il fiasco appartiene alla leggenda. Quello che stava intorno al bicchiere appartiene ancora a tutti.

Se siete arrivati fin qui, è probabile che anche voi, come noi, abbiate un debole per il Vate di Pavana. E sapete che certe canzoni non basta ascoltarle: viene voglia di conservarle, sfogliarle e rimetterle sul piatto. Abbiamo quindi raccolto alcuni cofanetti, edizioni numerate e piccole rarità dedicate a Guccini che chiedono spazio nella collezione. Non servono a capire meglio le sue canzoni — quelle si difendono benissimo da sole — ma sono un ottimo pretesto per continuare a frequentarle. Accanto, naturalmente, lasciate posto per un bicchiere di rosé. Non per un fiasco di Lambrusco: arrivati fin qui, ormai sapete come stavano le cose.

Per la collezione

Tre edizioni speciali per continuare a frequentare Guccini anche a giradischi spento.

Canzoni da intorto e da osteria – Superbox Deluxe

Riproduzione numerata e firmata di un disegno di Guccini, due LP bianchi, un 7 pollici, libro, due CD e download digitale.

SCOPRI IL SUPERBOX SU AMAZONLink affiliato

Radici 50

Box limitato e numerato con LP trasparente da 180 grammi, CD, poster e rimasterizzazione dai nastri originali.

SCOPRI RADICI 50 SU AMAZONLink affiliato

Se io avessi previsto tutto questo

Quattro CD per attraversare la strada, gli amici e le canzoni di Guccini senza fermarsi al ritornello più noto.

VEDI IL COFANETTO SU AMAZONLink affiliato

Trasparenza

Alcuni link presenti in questo articolo sono affiliati. Se acquisti attraverso uno di essi, possiamo ricevere una commissione: un contributo che ci aiuta a continuare il nostro lavoro editoriale. In qualità di Affiliati Amazon, riceviamo un guadagno dagli acquisti idonei.